APPROFONDIMENTI
"AUGURI MAMMA". DIRLO CON UN FIORE, E' GIUSTO? di Manuela Melandri
Inserito il: 09/05/2014 12:00

Per la festa della mamma anche quest'anno molti regaleranno un fiore. Si regala un fiore come simbolo di affetto e di cortesia, per celebrare, per sottolineare momenti speciali. Ad esempio, domenica prossima milioni di fiori freschi e colorati celebreranno con la loro delicatezza le mamme di tutta Italia. Dei fiori sappiamo molto: conosciamo i loro nomi, la loro bellezza e i loro profumi; sappiamo che con un fiore faremo bella figura e che il nostro sarà un dono gradito; forse però non sappiamo da dove vengono e chi li ha coltivati.

La maggior parte dei fiori recisi venduti in Europa ogni giorno sono importati, sempre più spesso da paesi emergenti di Africa, Asia e America Latina tra cui Kenya, Etiopia, Colombia, Ecuador e India. In questi paesi i fiori vengono prodotti principalmente per essere esportati nei mercati di tutta Europa, del Nord America, Giappone e Corea del Sud. Ai vertici di questa filiera abbiamo multinazionali o grandi aziende controllate da società straniere, interessate a soddisfare le richieste sempre crescenti degli acquirenti - che ricercano fiori di alta qualità e a basso costo - piuttosto che a tutelare i diritti di chi coltiva i fiori. La floricoltura è pertanto un chiaro esempio di settore produttivo in cui la globalizzazione e la delocalizzazione sono protagoniste indiscusse. Ma con quali modi e con quali conseguenze?

Nelle serre di Africa e America Latina, nei momenti di picco come a Natale e San Valentino, per esempio, i turni minimi dei lavoratori sono di 12 ore al giorno; gli straordinari sono obbligatori e spesso non pagati; gli operai spruzzano pesticidi senza le adeguate protezioni (che spesso neanche vengono loro fornite); e gli standard di salute e sicurezza, la stabilità contrattuale, l'assistenza sindacale e le retribuzioni non sono certo allineati su livelli occidentali (ad esempio, un operaio delle serre guadagna mensilmente meno di quanto l'acquirente finale spenda per un mazzo di quegli stessi fiori).

Una particolarità di questo settore riguarda inoltre la composizione di genere: nelle serre la percentuale di donne impiegate può arrivare all'80% del personale totale, e generalmente si tratta di giovani donne tra i 18 e i 30 anni. A seguito del lavoro in serra, molte di queste lavoratrici accusa problemi al ciclo mestruale, aborti spontanei, parti prematuri o altri problemi durante la gravidanza causati da postura, affaticamento e dal contatto con sostanze chimiche potenzialmente nocive. Vari studi, tra cui un rapporto dell'OMS, hanno inoltre rilevato un'incidenza superiore alla norma dei casi di malformazioni congenite del feto tra le lavoratrici e le mogli degli operai impiegati nelle serre.

Molte di queste donne spesso non sono neanche a conoscenza delle possibili conseguenze dell'esposizione a sostanze chimiche e dei pesticidi sulla loro capacità riproduttiva e sulla salute dei loro bambini. Questo perché la loro formazione lavorativa è nulla o quantomeno carente, in un contesto nel quale le associazioni sindacali sono a loro volta incapaci di operare o impossibilitate ad offrire iniziative mirate al miglioramento delle condizioni di lavoro.

Acquistando oggi un fiore in Europa per celebrare una madre, difficilmente possiamo immaginare i danni che potremmo causare a distanza su altre madri che hanno coltivato quel fiore nelle serre in Kenya, Colombia o Etiopia. Ma se ci domandiamo come fare per evitare questo, la risposta non è certo smettere di acquistare i fiori: il settore della floricoltura infatti rappresenta una fonte di entrate sostanziale per le economie dei paesi emergenti, è una grande opportunità per il loro sviluppo e per la creazione di posti di lavoro.

Esistono, però, forme di tutela che il consumatore europeo può adottare per ridurre l'impatto negativo della domanda. Primo, possiamo acquistare fiori di cui è nota la provenienza e che presentano certificazioni di sostenibilità (ad esempio, Fairtrade). Secondo, possiamo promuovere e sostenere iniziative di sensibilizzazione e advocacy sulle questioni relative all'industria dei fiori. L'esempio in questo senso è stato fornito dall'International Labor Rights Forum, che ha pubblicato un Campaign Toolkit dal titolo 'Giustizia nei Fiori', dove si trovano spunti per organizzare eventi di sensibilizzazione nelle scuole ed esempi di lettere già scritte da inviare ai gestori delle grandi catene di supermercati. Terzo, possiamo sostenere le iniziative di cambiamento che vengono dal basso, aiutare i lavoratori sfruttati nelle serre a prendere progressivamente coscienza dei loro diritti e dei rischi che corrono lavorando a contatto con i pesticidi, promuovendo così un cambiamento lento e graduale ma senz'altro duraturo ed efficace.

Importante in questo senso è l'operato di organizzazioni come ISCOS Emilia-Romagna, una onlus dedita a progetti di solidarietà internazionale, attualmente impegnata in un progetto di formazione sui diritti dei lavoratori delle serre in Etiopia a cui l'autrice di questo blog partecipa in prima persona. Soltanto il progressivo espandersi e il moltiplicarsi di iniziative solidali di varia natura, insieme ad una progressiva presa di coscienza da parte dei consumatori di ciò che si nasconde dietro i fiori e la loro bellezza, permetterà alle giovani lavoratrici delle serre di contribuire, libere da sfruttamento e senza rischi per la loro salute, a rendere più colorate e profumate le nostre occasioni speciali.

tratto da L'Huffington Post

Segui Manuela Melandri su Twitter: www.twitter.com/manuelamelandri

ISCOS EMILIA ROMAGNA ONLUS - ISTITUTO SINDACALE PER LA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO
40121 Bologna - Via Milazzo, 16 - Tel. 051.256842 - 051.256853 - Fax 051.4210320 - C.F. 92025940377